Dona dona sbagliada, roesa tajada e poe trada via
dona, dona de tera, roesa che l'era mea la mia,
roesa che la te spuung e intaant che la spuung la te lassa el prufoemm
dona che impara da l'unda a regurdatt che te seret un omm.
[Donna donna sbagliata, rosa tagliata e poi buttata via
donna donna di terra, rosa che non era la mia
rosa che ti punge e intanto che ti punge ti lascia il profumo
donna che impara dall’onda a ricordarti che sei un uomo.]
Davide van de Sfroos, “La terza onda”
Un re di un vecchio paese dimenticato ebbe un’illuminazione in fin di vita. Si accorse di essere stato senza dubbio un re molto saggio, e di avere amato il suo popolo con tutto se stesso. Ma ciononostante si pentì amaramente di non aver mai amato una persona, di non essersi mai speso completamente per qualcuno a causa della cosiddetta “ragion di Stato”.
Così accadeva al filosofo, che chiamava amore un pensiero ragionato e non un sentimento; non era da meno il cuoco, che se qualche volta nella vita aveva pianto l’aveva fatto sempre con la scusa delle cipolle, dato che delle sue lacrime si vergognava troppo.
La stessa cosa la sentì lo storico, che fino a quel momento aveva considerato i fatti come un rifugio contro le illusioni. Similmente accadde al fabbro, che aveva battuto lame incandescenti che ardevano come, in segreto, faceva il suo cuore. Con il medesimo dolore era alle prese l’insegnante, che aveva insegnato ai suoi allievi ogni cosa, eccetto quella più importante di tutte.
Così era per il prete, che aveva sempre guardato all’idea che si era fatto di Dio prima di guardare al prossimo. Uguale era l’animo dell’attore, che aveva sempre recitato l’amore, ma non l’aveva mai lasciato fiorire; era troppo rischioso.
Non dissimile era il rimpianto del poeta, che pur avendo, sotto mentite spoglie, cantato il suo amore per una donna, non gliel’aveva mai rivelato, per paura di perderla del tutto. Poco considerato era il caso del pendolare, che sì, si era innamorato, ma a poco a poco questo suo sentimento si era inaridito, fra un biglietto timbrato e un viaggio in piedi su un treno stracolmo, ed era completamente scomparso.
Perfino il cuore di pietra dell’uomo d’affari era riuscito a intenerirsi; ma alla fine si era di nuovo rifugiato nelle sue armature arrugginite, vecchie di cent’anni.
Ognuno ha l’occasione di pentirsi, prima o poi, per qualcosa che riguarda il suo cuore. Ma se le persone agiscono così, da quando esiste l’uomo, probabilmente hanno i loro buoni motivi. O forse preferiscono pensare di averne piuttosto che ammettere che la paura, chissà di che cosa, ha ancora una volta avuto la meglio.
Scrivo di nuovo qui dopo un lungo, lunghissimo silenzio.
È successo molto in questo periodo… un Campo Estivo E/G in Piemonte con il Piacenza 2, forse il campo E/G più bello a cui io sia mai stato, da capo o da ragazzo… un Campo di Formazione Metodologica R/S in Trentino - Alto Adige, un’esperienza intensa e forte, che mi ha ridato moltissima speranza…
C’è molto da fare qui.
Such is the way of the world
You can never know
Just where to put all your faith
And how will it grow
Gonna rise up
Burning back holes in dark memories
Gonna rise up
Turning mistakes into gold
Such is the passage of time
Too fast to fold
And suddenly swallowed by signs
Lo and behold
Gonna rise up
Find my direction magnetically
Gonna rise up
Throw down my ace in the hole
Eddie Vedder, “Rise”
Siamo ingialliti
come vecchie
vasche da bagno
e temiamo la
nostra ombra
a volte invece ci giochiamo
come i gatti
No, sentite, guardiamoci nelle palle degli occhi.
È ora di finirla con i rimpianti, con i “ma se non fosse così”, con i “un tempo non avrei mai immaginato che sarebbe finita così”, con i “ma io… ma io…”. Ho fallito, e stop. Ho fallito credendo in certe persone. Ho fallito credendo in certe cose che ormai nel ventunesimo secolo fanno sorridere… ho fallito nell’investire tempo, energie, sudore e sangue in molte cose a cui credevo e a cui, purtroppo, credo.
Alla lunga continuare a investire senza ricevere nulla è snervante, e ti toglie energie per tutto quanto. Io ho ancora delle passioni, ho ancora delle cose e delle persone che mi fanno star bene. È ora di dedicarsi a quello. Basta con le cose a perdere, basta con le persone a perdere, soprattutto. Sprecare tempo è sprecare libertà.
L’egoismo può essere una cosa buona, dopotutto. (Mai avrei pensato di dire una cosa del genere… si vede che le cose hanno cambiato anche me. In peggio.)
La Taverna NON suonerà il 18 maggio.
Il concerto è rimandato.
18 maggio 2008.
Ore 21.00 circa.
Piazzale della Sacra Famiglia, angolo via Montebello / via Casteggio, Piacenza.
La Taverna della Malanotte è in concerto.
C’è un glicine in mezzo a Milano
che a primavera si gonfia
come un polmone
e guarda il cielo
ci sono giorni che decidono una vita
oggi i ricordi tornano indietro sudati
a chiedere il conto
e il glicine è sempre lì solo
in mezzo a Milano
regala fiori anziché
fare scontrini
si chiama amore
questo scavare incessante
nel mio stomaco
è per te, mia meraviglia,
che hai la bocca di neve
e gli occhi di un felino
mansueto
te ne vai senza guardare
come i giorni d’estate
che voltano le spalle al sole
domani sarò ancora qui
bicchiere impolverato
sul bancone del mondo
Non so se chiamarlo torpore o risveglio il senso di appagamento che si è impadronito di me in questo periodo... ho fatto un mezzo fioretto (anche se si fanno a maggio... ma fa niente) di non lamentarmi più per cose inutili, e per il momento lo sto anche rispettando.
Ma la verità è che ci sarebbe anche poco di cui lamentarsi. Non che le cose vadano molto meglio, intendiamoci. Sono solo io che sto pian piano aprendo gli occhi.
Scoperto oggi oggi su Youtube.
Innanzi tutto vorrei capire chi è il pazzo che ha messo questo video lì.
Poi vorrei puntualizzare che, per chi non lo sapesse, il maschietto che canta sarei io. Ma così, niente di che.
Rimpiango sempre un passato che non c'è più, o che forse è esistito solo nei miei sogni. Non ho mica scelto storia per nulla come corso di laurea. La storia ha tanti aspetti commoventi, ma se ce n'è uno proprio spietato è che ti ricorda sempre che ciò che era vero ieri può non esserlo più oggi. Ma più me ne rendo conto, più fatico ad accettarlo. Capisco che si cresca, ed è naturale. Cambiamo tutti, sempre. Lo vediamo ogni giorno davanti allo specchio, un compagno di viaggio che ci sbatte in faccia ogni volta da un lato lo stupore e la meraviglia, dall'altro il dramma profondo delle nostre esistenze.
Ci sono amici che cessano di essere tali, per colpa di uno o dell'altro, o di entrambi, o semplicemente a causa del tempo che passa e cambia ogni cosa. Ci sono amici che trovano una brava ragazza e perdono il cervello, altri che conservano un'identità e il lume della ragione. Ci sono persone che invece il cervello se lo sono bevuto con le conoscenze sbagliate, e te le ricordi sorridenti e in salute, mentre ora qualche droga li ha resi delle amebe. Ci sono quelli che tradiscono, e quelli che rimangono fedeli. Ci sono quelli a cui sono secoli che sei completamente indifferente, persone che fanno lo sforzo di comprenderti e persone che tuo malgrado riesci a deludere.
Sono arrivato (forse) a una costante nella mia vita: la solitudine è il prezzo da pagare per poter essere me stesso. Non dico di essere migliore o peggiore di altri, dico semplicemente di essere così. E questo così, me ne rendo conto, non è semplice da gestire per voi che mi conoscete. Sto cominciando a comprendere chi ha paura. Non chi ha paura di essere se stesso, ma chi ha paura di "farsi vedere". Capisco che la sofferenza più grande sia il rifiuto (e il rifiutare a propria volta), e non mi stupisce che in giro non ci siano persone, ma automi con l'Ipod nelle orecchie, che combattono ogni giorno una lotta feroce con se stessi. Il problema è che queste persone dovrebbero cercare di lanciare un qualche segnale e rendersi riconoscibili, perché anche i menefreghisti hanno un aspetto dimesso e l'Ipod a massimo volume. Ma a questo punto mi sorge una domanda: non è che la paura è una scusa per nascondere che della tal cosa, in fondo, non ce ne frega nulla?