18 maggio 2008.
Ore 21.00 circa.
Piazzale della Sacra Famiglia, angolo via Montebello / via Casteggio, Piacenza.
La Taverna della Malanotte è in concerto.
C’è un glicine in mezzo a Milano
che a primavera si gonfia
come un polmone
e guarda il cielo
ci sono giorni che decidono una vita
oggi i ricordi tornano indietro sudati
a chiedere il conto
e il glicine è sempre lì solo
in mezzo a Milano
regala fiori anziché
fare scontrini
si chiama amore
questo scavare incessante
nel mio stomaco
è per te, mia meraviglia,
che hai la bocca di neve
e gli occhi di un felino
mansueto
te ne vai senza guardare
come i giorni d’estate
che voltano le spalle al sole
domani sarò ancora qui
bicchiere impolverato
sul bancone del mondo
Non so se chiamarlo torpore o risveglio il senso di appagamento che si è impadronito di me in questo periodo... ho fatto un mezzo fioretto (anche se si fanno a maggio... ma fa niente) di non lamentarmi più per cose inutili, e per il momento lo sto anche rispettando.
Ma la verità è che ci sarebbe anche poco di cui lamentarsi. Non che le cose vadano molto meglio, intendiamoci. Sono solo io che sto pian piano aprendo gli occhi.
Scoperto oggi oggi su Youtube.
Innanzi tutto vorrei capire chi è il pazzo che ha messo questo video lì.
Poi vorrei puntualizzare che, per chi non lo sapesse, il maschietto che canta sarei io. Ma così, niente di che.
Rimpiango sempre un passato che non c'è più, o che forse è esistito solo nei miei sogni. Non ho mica scelto storia per nulla come corso di laurea. La storia ha tanti aspetti commoventi, ma se ce n'è uno proprio spietato è che ti ricorda sempre che ciò che era vero ieri può non esserlo più oggi. Ma più me ne rendo conto, più fatico ad accettarlo. Capisco che si cresca, ed è naturale. Cambiamo tutti, sempre. Lo vediamo ogni giorno davanti allo specchio, un compagno di viaggio che ci sbatte in faccia ogni volta da un lato lo stupore e la meraviglia, dall'altro il dramma profondo delle nostre esistenze.
Ci sono amici che cessano di essere tali, per colpa di uno o dell'altro, o di entrambi, o semplicemente a causa del tempo che passa e cambia ogni cosa. Ci sono amici che trovano una brava ragazza e perdono il cervello, altri che conservano un'identità e il lume della ragione. Ci sono persone che invece il cervello se lo sono bevuto con le conoscenze sbagliate, e te le ricordi sorridenti e in salute, mentre ora qualche droga li ha resi delle amebe. Ci sono quelli che tradiscono, e quelli che rimangono fedeli. Ci sono quelli a cui sono secoli che sei completamente indifferente, persone che fanno lo sforzo di comprenderti e persone che tuo malgrado riesci a deludere.
Sono arrivato (forse) a una costante nella mia vita: la solitudine è il prezzo da pagare per poter essere me stesso. Non dico di essere migliore o peggiore di altri, dico semplicemente di essere così. E questo così, me ne rendo conto, non è semplice da gestire per voi che mi conoscete. Sto cominciando a comprendere chi ha paura. Non chi ha paura di essere se stesso, ma chi ha paura di "farsi vedere". Capisco che la sofferenza più grande sia il rifiuto (e il rifiutare a propria volta), e non mi stupisce che in giro non ci siano persone, ma automi con l'Ipod nelle orecchie, che combattono ogni giorno una lotta feroce con se stessi. Il problema è che queste persone dovrebbero cercare di lanciare un qualche segnale e rendersi riconoscibili, perché anche i menefreghisti hanno un aspetto dimesso e l'Ipod a massimo volume. Ma a questo punto mi sorge una domanda: non è che la paura è una scusa per nascondere che della tal cosa, in fondo, non ce ne frega nulla?
È il momento di un post “pacco”, di cui non fregherà nulla a nessuno, esclusi forse pochi fans (non miei, dell’argomento).
Ultimamente sto leggendo tanto, in modo leggero e senza fretta, come non mi capitava da tempo. Sto leggendo sostanzialmente testi di storia della storiografia e/o di, se posso permettermi la definizione, “filosofia della storia”. Nella fattispecie mi stanno appassionando due opere. La prima è un grande classico: si tratta delle Sei lezioni sulla storia di Edward Carr, scorrevole, piacevole, con ottimi spunti. Il secondo è un regalo di compleanno da parte di un buon amico: Apologia di un mestiere difficile, di Giuseppe Ricuperati, personalità che chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la materia conosce. Non vi tedio con alcuni testi universitari che sto preparando per gli esami; in ogni caso persino alcuni di loro si sono rivelati determinanti per le riflessioni che sto maturando. Riflessioni forse del tutto inutili, me ne rendo conto. Ma il blog è mio e me lo gestisco io.
Prima di cominciare voglio che sia chiaro che mi rendo conto del fatto che uno studente del secondo anno di storia non ha la benché minima idea di ciò che possa significare riflettere sulla storia. Ma, vi dirò, a me non frega una beneamata cippa.
Tutti noi siamo figli del nostro passato, che nel bene o nel male ci permette di esserci, ontologicamente parlando, ma determina anche una buona parte delle modalità di questo nostro esserci. Il nostro passato si può configurare in molteplici aspetti, che si compenetrano e si contaminano continuamente.
Possiamo parlare di esperienza, una forma di passato che ci fornisce una base di dati qualitativi e quantitativi su cose che possono essere più o meno relative alla vita quotidiana, più o meno frequenti, più o meno ripetibili: senza andare sulla metafisica, l’esperienza è necessaria per trovare parcheggio, per utilizzare un qualunque software, per maneggiare denaro, per compiere, in definitiva, le azioni, sociali e non (c’è poi da vedere se un’azione può non essere sociale, ma questo è un problema che non affronterò in questa sede), anche più elementari.
Appunto, la storia è soprattutto azione: non si dà azione senza storia, e viceversa. La storia è un farsi, è un qualcosa che è continuamente plasmato da quel demiurgo collettivo che è il genere umano. È un rapporto fecondo e ininterrotto tra lo storico e i fatti storici. La storia, inoltre, è memoria: proprio come per l’azione, non si dà storia senza memoria e viceversa.
Già, i fatti storici. Cosa classifica un fatto come storico? La sua rilevanza, direbbe qualcuno. Bisogna però stabilire il termine di questa rilevanza, ovvero: un fatto è storico se rilevante rispetto a cosa? Rispetto a ciò che è stato in grado di cambiare nel continuum degli eventi? Rispetto a ciò che ha potuto significare per qualcuno piuttosto che per qualcun altro? E poi, vogliamo parlare di metastoria, di filosofia della storia o di teologia della storia?
Domande irrisolte e forse irrisolvibili, che richiederanno un altro post pacco.
Dopo tanto silenzio, un insperato ritorno.
Ciò che scriverò scandalizzerà alcuni, divertirà altri, smuoverà qualcosa in qualcuno? Balle. Quello che rimarrà sarà la solita routine, il solito vedermi come un buon consigliere, un buon aiuto capo, un decente oratore, un risolutore di problemi, un cantante divertente, un camaleonte come sempre, insomma… non mi si vedrà certo come me stesso. Del resto molti non hanno nemmeno mai dato la parvenza o fatto il minimo sforzo per cercare di scoprirmi. E non sono qua a chiederlo a qualcuno, figuriamoci. Non ci spero nemmeno più. Non c’è forse nemmeno niente da scoprire.
La verità è che a nessuno frega nulla di niente. Gli umani si accontentano di veramente poco… e devo ancora capire se questo sia da considerarsi scandaloso oppure del tutto naturale. Nella prima ipotesi ci sarebbero davvero pochi uomini in giro, nella seconda sarei io (e forse pochi altri) a dovermi guardare allo specchio e vedere non un uomo, ma qualcos’altro.
Il mare della vita da sempre affascina l’uomo, è inevitabile. Ma nel mondo di oggi (e sicuramente anche nel mondo di ieri e di ieri l’altro) questo fascino, dal sentimento profondo e intrinseco che era, si è trasformato in una mera curiosità, più o meno la stessa curiosità con cui si guarda una bestia da circo. Bellissima, sì, ma lungi da me.
Questo mare ha avuto molti naviganti. Alcuni hanno avuto fortuna, altri meno. Ma questo non è importante; l’importante sarebbe anche solo imbarcarsi, partire, entrare nell’ordine di idee che sulla terraferma non c’è nulla per cui valga la pena vivere, ci sono sempre le solite quattro case, i soliti cibi e bevande, il solito porto. Che, tra l’altro, non ti danno nulla: non un amore vero, non un lavoro per cui essere fieri e grati, non qualcosa che ti corrisponda veramente. “Ma almeno hai quattro mura e una poltrona sotto il culo”… come se fosse soddisfacente vivere così!
Io è da anni che mi sono rotto le palle di questa terraferma. Io voglio partire, rischiare tutto, fino all’eccesso. Come se cercare un amore vero, un vero motivo per cui vivere, fosse eccessivo. Ma molti la pensano così. Molti non partono perché trovano la terraferma più sicura (e in effetti lo è). Io invece non parto per un altro motivo.
Ho cercato svariate volte di partire per un viaggio in cui ho creduto, fosse questo viaggio un amore, una passione, un qualcosa che mi corrispondesse veramente. Ma si sa, anche il marinaio più esperto non può governare una nave da solo. Ci sono troppe cose da fare: non posso curare l’andamento del vento, tenere il timone, carenare la nave, spazzare il ponte, tracciare la rotta, e chissà quant’altro, tutto da solo!
Nessuno ha mai voluto partire con me… tutti hanno sempre trovato il viaggio troppo rischioso, o troppo lungo, o troppo compromettente, o semplicemente folle. Per questo, e soltanto per questo, ogni mio viaggio si è rivelato impossibile.
In ogni caso, questo mare della vita mi è troppo caro. Per questo me ne sono dovuto spesso andare a vedere questo mare con una scialuppa. Il fatto è che su una scialuppa non ci sta nulla, solo le provviste per qualche giorno e un paio di remi. Mi sono preso la pioggia, il sole cocente, il caldo, il gelo, la tempesta. Non ci si può coprire su una scialuppa. E molto spesso me ne sono tornato sulla solita spiaggia… ma nessuno mi ha accolto, mi ha chiesto cosa c’è più in là del proprio naso. Al limite sono stato deriso, molto più spesso nemmeno considerato.
C’è un’altra cosa da dire. Ciò che più mi ha sgomentato non è la terraferma. È il mare stesso. Io credevo se non altro di vedere altre navi, senz’altro più grandi della mia, solcare queste acque con il loro equipaggio di folli, nella speranza, anche loro, di trovare ciò che anch’io cerco. Ma non ho mai visto nessuno, né da vicino né all’orizzonte. Il mare della vita è completamente vuoto, non c’è più nessuno che lo solca. Nella mentalità comune il marinaio è diventato un mestiere romantico e sentimentale, ed è completamente decaduto.
Qui sulla terraferma ho trovato un mestiere che mi si addice. Il politico. Sono considerato un ottimo consigliere, una persona spesso importantissima per la propria saggezza e le proprie opinioni, se non a volte addirittura indispensabile. Indispensabile per cosa, poi, non si sa. Ma indispensabile. Ho imparato a servirmi della parola per nascondere i miei pensieri e i miei sentimenti. E questo, tra l’altro, sembra mi riesca bene. E penso che continuerò così.
Poi però non stupiamoci se siamo infelici.